L’architettura è stata da sempre la perfetta sintesi tra
spazio, tempo e soprattutto contesto. Molte di esse, fin dai tempi più antichi,
sono riuscite a risultare “eterne” , seppur adattandosi al contesto e\o
modificando il loro concetto di partenza, hanno continuato a comunicare e a
trasmettere qualcosa: mi viene in mente per esempio (magari estremizzando) il
Colosseo, un’architettura che nel corso delle ere si è adattata a diverse
funzioni in base al contesto e ancora oggi, da arena di combattimento a museo, riesce
a suscitare un sentimento, possa esso essere positivo o negativo. O ancora
altre restano come modelli, “idoli” e fonti di ispirazione per i vari contesti
pur avendo superato “il proprio tempo”, per esempio il padiglione di Mies. Mi
chiedo se le architetture più attuali riusciranno ad evocare delle sensazioni quasi
“senza tempo” e “senza spazio” e\o ad adattarsi ai futuri contesti.
Rifletto sul fatto
che, in una situazione in cui si considerava maggiormente la monofunzionalità,
l’adattamento al contesto nel corso degli anni è stato più quasi più semplice e
intuitivo, invece magari oggi forse le architetture tendono ad adattarsi più al
presente o ad un tempo futuro imminente e quasi a risultare nel corso del tempo
“superate” (penso per esempio ai centri commerciali che hanno avuto un grande
impatto urbano, ma che sono stati subito eclissati, a mio parere anche per
fortuna, dall’evoluzione del loro concetto monofunzionale con uno sicuramente
più ampio come quello di mixitè, studiata per esempio per city life da Zaha
Hadid, però si ha così la compresenza di strutture nuove preferite alle vecchie
che restano semi utilizzate ).
L’attualità dell’opera architettonica si misura in base alla sua capacità di rispondere ai bisogni dell’individuo, agli eventi storico-politici, alle peculiarità contestuali, presupponendo, di conseguenza, la necessità intrinseca di trasformabilità nello spazio e nel tempo. La flessibilità, l’attitudine dell’edificio ad adattarsi o a lasciarsi modificare, diventano, dunque, condizioni imprescindibili sia di uso che di riuso di spazi. Non architetture autoreferenziali, non musealizzazione di edifici iconici. L’obiettivo prefissato dovrebbe essere quello di proporre delle soluzioni in cui i confini si fanno sempre più porosi, le funzioni sempre più mescolate, gli spazi adattabili, i contenitori ibridi. Delle soluzioni capaci di affermare fortemente il loro valore identitario e al contempo essere parte integrante e attiva di un sistema ben più ampio.
RispondiEliminaLa capacità di un architettura di evocare un "senza tempo" è "senza spazio", intesa come capacità di modificarsi continuamente in funzione del trascorrere del tempo stesso, è data dalla sua flessibilità, dalla capacità di rispondere agli impulsi del contesto, fisico temporale e spaziale, con cui si confronta. Ritengo non sia necessariamente la monofunzionalità a dettare la stasi adattiva di un manufatto, quanto un qualsiasi intento, prima di tutto progettuale, di affermare risposte perentorie (l'autoreferenzialità di cui sopra) che non rispondono a specifiche domande dettate dal tempo e dallo spazio in cui l'architettura si inserisce. la flessibilità dell'architettura, data dalla capacità di interazione attiva e continua e dal mutuo dialogo con il contesto, in cui l'uomo e il luogo modificano l'architettura tanto quanto questa ne modifica le esistenze, credo renda possibile la sua continua attualità pur garantendone la continuità nel tempo.
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